Tumori e immunoterapia: un test del DNA per capire l’efficacia

Tumori e immunoterapia: un test del DNA per capire l’efficacia

Novità sui tumori e l’immunoterapia: si sta studiando la messa a punto di un test del DNA per capire l’efficacia della terapia sui singoli pazienti.

Il test genetico sarà in grado di scoprire se il soggetto malato di tumore risponderà positivamente o meno ai farmaci immunoterapici. Questa è la strada verso cui si sta lavorando sotto la direzione di Davide Bedognetti dell’Università di Genova e Direttore del Cancer Program presso Sidra Medicine a Doha, nel Qatar.

Cosa prevede il test per l’immunoterapia

Lo studio pubblicato sulla rivista Immunity è condotto con Elad Ziv della University of California di San Francisco. Il test prevederà l’assegnazione di un punteggio genetico individuale di risposta ai farmaci, in tal modo si potranno estendere le cure in modo molto personalizzato. Come spiega Bedognetti si tratterà di “uno score con validità clinica che possa predire con più precisione i pazienti che rispondono a queste cure e quelli che svilupperanno effetti tossici“.

Infatti grazie ad una raccolta di mappature genetiche di 9.000 pazienti con 30 diversi tipi di cancro, si sta cercando di trovare quali sono i meccanismi che decidono il buon esito dell’immunoterapia. Questo tipo di trattamento al momento funziona solo nel 40% dei casi e non può essere sfruttato in tutti i pazienti, nonostante il suo grande potenziale.

Bedognetti ha esaminato quasi 11 milioni di varianti geniche e il team di ricercatori ha già scoperto che alcuni dei geni che regolano le difese immunitarie del paziente, influenzano la concentrazione delle cellule immunitarie che penetrano e si annidano nella massa tumorale per combatterla dall’interno.

Inoltre sono stati individuati un gruppo di geni che controllano l’azione antitumorale dell’interferone: “Uno dei principali meccanismi della risposta immunitaria contro i tumori – spiega Bedognetti – è proprio l’interferone. Un’elevata attività dell’interferone nei tumori si associa a maggiori chance di risposta all’immunoterapia; in altri termini, se un paziente ha elevate concentrazioni di interferone, avrà tante cellule immunitarie attivate nel tumore, che a loro volta producono altro interferone, che richiamerà altri linfociti nella sede del tumore, attivando un circolo positivo che si autoalimenta”.

Condividi su:

Lascia un commento